ANIZA VA A MORIRE

violenza e oltraggio nelle foibe istriane

giorno del ricordo

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10 - 02 - 1947

Il colpo sinistro sulla porta sprangata nel silenzio di una bastarda notte istriana si abbatte improvviso sui volti ancora ignari, lividi nel pallore del temuto sospetto di morte.
Il minaccioso comando senza appello dell’arrogante uomo armato rimbomba ingiurioso nella stanza raccolta intorno al calore dei cuori infranti dalla gelida voce senz’anima. I timidi passi della vittima portata al macello hanno la trattenuta cadenza di un addio inclemente, senza abbracci e senza parole, al padre, alla madre, ai fratelli.
Dove è andata la ragazza, strappata al sogno di un amore già profumato di arancio, destinato al naufragio più turpe, all’oltraggio più vile? Dov’è andata, “costretta” in un solo irrevocabile istante, nel lacero abito di donna violata?
È creatura in-visibile, inghiottita nel cupo, nero dolore dell’intero universo. Il grido dell’innocenza perduta tra muri squarciati dal sozzo sberleffo del branco carnefice è crudele anticipo del grido disperato, strozzato tra sterpi omicidi nell’orribile fossa di sangue.
Di quella irridente, compiaciuta ferocia, figlia dell’assurdo odio dei popoli, assetata di bieco potere, esplosa nella duplice, atroce violenza, in nome di una “pulizia” senza candore, sporca di innocenza sfregiata, è ancora una donna a pagare il prezzo della perfida cupidigia dell’uomo, a immolare sull’altare dell’orrore il sacrificio cruento del proprio corpo ferito, vilipeso, avvolto nel freddo sudario di una pallida luna: muta, lontana, senza promesse.

È ancora una donna a innalzare sul calvario del martirio la croce di un’agonia senza fondo, che non è solo del corpo, violentato con macabri riti di massa. È agonia dell’anima, inabissata nell’infame gorgo di una dis-umana barbarie. Ma la sacrilega empietà di quei gesti non può diventare seme di odio, non può essere eredità di rancori indifesi.
Il vento dolce che danza tra i querceti robusti dell’Istria dorata riporta in ogni angolo il profumo del pane buono della casa oltraggiata, custode pudica di segreti non detti, solitaria testimone di antico dolore.
E l’abbraccio un tempo negato si apre alle pagine chiuse della storia e diventa eterno memoriale per memoria perenne.

Anna

ANIZA VA A MORIRE

giorno del ricordo

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Violenza e oltraggio nelle foibe istriane

10 - 02- 1947

Il colpo sinistro sulla porta sprangata nel silenzio di una bastarda notte istriana si abbatte improvviso sui volti ancora ignari, lividi nel pallore del temuto sospetto di morte.
Il minaccioso comando senza appello dell’arrogante uomo armato rimbomba ingiurioso nella stanza raccolta intorno al calore dei cuori infranti dalla gelida voce senz’anima. I timidi passi della vittima portata al macello hanno la trattenuta cadenza di un addio inclemente, senza abbracci e senza parole, al padre, alla madre, ai fratelli.
Dove è andata la ragazza, strappata al sogno di un amore già profumato di arancio, destinato al naufragio più turpe, all’oltraggio più vile? Dov’è andata, “costretta” in un solo irrevocabile istante, nel lacero abito di donna violata?
È creatura in-visibile, inghiottita nel cupo, nero dolore dell’intero universo. Il grido dell’innocenza perduta tra muri squarciati dal sozzo sberleffo del branco carnefice è crudele anticipo del grido disperato, strozzato tra sterpi omicidi nell’orribile fossa di sangue.
Di quella irridente, compiaciuta ferocia, figlia dell’assurdo odio dei popoli, assetata di bieco potere, esplosa nella duplice, atroce violenza, in nome di una “pulizia” senza candore, sporca di innocenza sfregiata, è ancora una donna a pagare il prezzo della perfida cupidigia dell’uomo, a immolare sull’altare dell’orrore il sacrificio cruento del proprio corpo ferito, vilipeso, avvolto nel freddo sudario di una pallida luna: muta, lontana, senza promesse.
È ancora una donna a innalzare sul calvario del martirio la croce di un’agonia senza fondo, che non è solo del corpo, violentato con macabri riti di massa. È agonia dell’anima, inabissata nell’infame gorgo di una dis-umana barbarie. Ma la sacrilega empietà di quei gesti non può diventare seme di odio, non può essere eredità di rancori indifesi.
Il vento dolce che danza tra i querceti robusti dell’Istria dorata riporta in ogni angolo il profumo del pane buono della casa oltraggiata, custode pudica di segreti non detti, solitaria testimone di antico dolore.
E l’abbraccio un tempo negato si apre alle pagine chiuse della storia e diventa eterno memoriale per memoria perenne.